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Farmaci equivalenti: bufala o preziosa risorsa?

Posted by scardax su ottobre 18, 2011

Oggi ci occupiamo nuovamente di informazione in campo medico, discutendo di un argomento che periodicamente torna a far discutere di sè: i farmaci cosiddetti “equivalenti”, spesso conosciuti con il nome originale di farmaci “generici” (nome ritenuto dispregiativo e cambiato da leggi successive nel 2005). Cosa sono? Perchè sono venduti a prezzo minore delle loro controparti? Sono veramente efficaci? Pe rispondere a queste ed altre domande, dobbiamo prima analizzare in dettaglio la vita tipica di un farmaco.

Tutto comincia quando un’azienda farmaceutica sviluppa un prodotto particolarmente efficace e, dopo una serie di test clinici ad ampio spettro che ne confermino le capacità mediche (che potete scoprire con maggior dettaglio su Wikipedia), ne ottiene un brevetto esclusivo per la commercializzazione della durata di vent’anni. A volte questo brevetto può essere ceduto in usufrutto a terzi, o sfruttato dalla stessa compagnia diverse volte, dando vita a quelli che sono conosciuti come farmaci “copia”, spesso fallacemente confusi con gli equivalenti. Scaduti i vent’anni, il brevetto scade ed altre compagnie possono sfruttare il principio attivo ora di dominio pubblico per sviluppare i propri farmaci che, una volta confermati “equivalenti” da test altrettanto rigorosi di quelli per il farmaco originale, sono immessi sul mercato. Avendo risparmiato in ricerca, le aziende possono permettersi per i farmaci equivalenti prezzi minori delle loro controparti originali. In particolare, in Italia è imposto per legge un prezzo ridotto di almeno il 20 % (percentuale che in alcuni casi reali può salire fino al 50 %).

Quanto rigorosi sono i test a cui vengono sottoposti gli equivalenti? Un farmaco equivalente, oltre a dover contenere la stessa quantità di principio attivo dell’originale, deve esibire le stesse modalità di assorbimento da parte dell’organismo, ed avere identiche indicazioni e controindicazioni terapeutiche. Non deve, invece, contenere gli stessi eccipienti (quelle sostanze aggiuntive che vengono insieme al principio attivo).

Nonostante queste assicurazioni, spesso sono i medici stessi a sconsigliare l’assunzione di questo tipo di farmaci, facendo nascere a volte sospetti di “collusioni” con le case farmaceutiche originarie, e sempre frequenti sono le testimonianze di “persone comuni” che, passando al farmaco equivalente, ne scoprono la totale inefficacia (vedi questo articolo da uno dei blog del Fatto Quotidiano e quest’altro dalle pagine del Corriere). Tutte queste testimonianze, però, sono da ritenersi fallate, poichè ad oggi non esiste studio accertato che dimostri un’efficacia minore di uno o più farmaci equivalenti.

Detto questo, esistono oggi alcuni dettagli in Italia che ne inficiano la reputazione. Ad esempio, mentre negli Stati Uniti un farmaco equivalente deve arrivare in commercio riportando in confezione solo la denominazione del principio attivo (ed eventualmente la casa produttrice), in Italia esso può mantenere il marchio commerciale con cui è conosciuto, aumentando spesso l’idea che si stia ricorrendo ad un farmaco “di serie b”. Inoltre, si possono ritrovare sul mercato farmaci equivalenti di importazione che non sono soggetti alle regolamentazione di certificazione Italiana, ma a quelle dei paesi d’origine.

Nonostante questi difetti, il farmaco equivalente è una realtà valida ed in continua crescita, come testimoniato da comunità di divulgazione come equivalente.it, e che permette al cittadino ed al Sistema Sanitario Nazionale un risparmio notevole (quest’ultimo quantificato in diverse centinaia di milioni di euro). Per rispondere al titolo: farmaci equivalenti? Preziosa risorsa.

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