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“Ho sempre detto che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’universo…” (Arthur Dent)

L’Istinto che ci Distingue

Posted by scardax su giugno 4, 2010

Per il post di oggi, interessiamoci ad uno dei maggiori dibattiti scientifici dell’ultimo Secolo: potremmo intitolarlo “istinto contro apprendimento“. Ognuno ha la sua (confusa) opinione sull’argomento: si dice che l’uomo abbia superato gli istinti tipici del mondo animale grazie alla sua abilità di imparare dall’ambiente che lo circonda; oppure che l’uomo crede di poter imparare, ma è ancora guidato da soli istinti; o forse siamo 35% istinto e 65% apprendimento… E cosi’ via.

Ma questa opposizione è completamente senza senso ed irrazionale: istinto ed apprendimento non sono due concetti in lotta fra loro, anzi. Quando guardiamo da più vicino, capiamo che, in fondo, la capacità di apprendere non è altro che un ulteriore istinto dell’uomo! E’ questa una delle grandi scoperte scientifiche del Secolo: l’uomo non è un animale con meno istinti della media; quello che ci distingue, non sono altro che ulteriori istinti. Istinti che possiamo poi sviluppare o meno grazie alle influenza che riceviamo dal concepimento fino all’età adulta. Ma, nonostante tutto, istinti: la mente non è una favolosa “tabula rasa” su cui costruire una personalità; è una rampa di lancio, un meltin pot di potenzialità che alla lunga ci caratterizzano per quello che siamo e che diventiamo negli anni.

Nulla rende questo concetto più dell’esempio del linguaggio, lo stesso esempio che grazie al lavoro di Noam Chomsky diede il via a questa “rivoluzione” del nostro modo di vederci. Il linguaggio: quella stessa cosa che sembra renderci umani, l’essenza stessa di quella che è la nostra capacità di apprendere, quello che appare come il cuore del nostro pensiero. Il linguaggio, oggi sappiamo, è un istinto. L’istinto del linguaggio, per dirla con le parole di Steven Pinker. Esiste una sorta di “grammatica universale” all’interno della nostra mente, una serie di regole predefinite che sottostanno ad ogni lingua parlata su questo pianeta: quando un bambino impara la sua lingua madre, non fa altro che recepire una serie di particolarità di ciascun idioma (ad esempio, dove porre l’aggettivo rispetto ad un nome), ed assorbire un vocabolario. Il resto è fatto da dei moduli già tarati del nostro cervello.

A dirla oggi, sembra banale. Solo questo spiega l’incredibile facilità con cui impariamo la nostra lingua madre, nonostante una serie quasi paradossale di regole che nessuno ci spiega. Spiega anche perché la lesione di determinate aree del cervello possano distruggere la nostra capacità di parlare, cosi’ come la nostra capacità di capire quello che ci dicono. Sembra banale, ma non lo è.

Non siete convinti? Andiamo avanti con l’esempio pratico. Derek Bickerton studio’ un caso di lavoratori, fra loro stranieri, portati a lavorare nel diciannovesimo Secolo alle Hawaii. Come sempre succede in queste situazioni, per comunicare fra di loro essi svilupparono un linguaggio incredibilmente semplificato, con poca espressività ma notevole complicazione nel formare concetti: quello che viene oggi chiamato un pidgin. Nella generazione successiva, i bambini vennero esposti a questo pidgin, che interagendo con la grammatica universale a cui abbiamo accennato prima, si trasformo’ in un vero e proprio linguaggio, completo di desinenze, nuovi modi di formare frasi, incredibile versatilità: il creolo.

E questo si è ripetuto in numerosi casi, dalla Sierra Leone alla Papua Nuova Guinea. Non solo: si puo’ verificare anche tra comunità di sordi che comunicano con il linguaggio dei segni, che dalla sua rozza versione generalmente insegnata si tramuta in un linguaggio con tutti i crismi.

Nelle guerre di ideologie che verranno con la continua crescita della nostra comprensione della genetica, riflettere su questi temi diventa di un’importanza fondamentale. L’istinto comandato dai nostri geni è un potenziale: niente grammatica universale, niente linguaggio. Ma quanto la società può’ veramente influire su questi potenziali? Quanto conta la famiglia rispetto alla scuola, rispetto ai gruppi con i quali interagiamo continuamente?

Per approfondire maggiormente il tema dell’istinto del linguaggio, consiglio vivamente il libro del già citato Pinker dallo stesso nome: http://www.anobii.com/books/Listinto_del_linguaggio/9788804453505/013c70e06716726bb9/

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4 Risposte to “L’Istinto che ci Distingue”

  1. vfede said

    wow, giusto qualche minuto fa ho letto questa cosa:

    “un sordo dalla nascita in che lingua pensa? cioè COSA e COME pensa?”

    vf

  2. Ufo.rob said

    Io non sono convinto che l’istinto del linguaggio ci distingua dagli animali, a meno che non si intenda con linguaggio qualcosa tipo “linguaggio simbolico”. Zichichi in un’intervista aveva detto che la prima grande scoperta dell’uomo è stata il linguaggio che gli ha permesso di smettere di fare versi e gesticolare, ma non ha senso! se comunicavano così era anche quello un linguaggio, anche gli animali infatti comunicano tra loro tramite diversi linguaggio (i versi, linguaggio del corpo ecc.).
    @vfede
    un sordo non potrà mai associare suoni a parole ma può comunque pensare a immagini, concetti e soprattutto a SIMBOLI ecc.
    Al contrario un cieco non potrà pensare a immagini ma potrà comunque avere concetti e pensare per simboli, per lui le parole “pi greco” saranno associate al suono “pigreco” e al suo concetto ma mai al simbolo visivo π ma al limite alla sensazione tattile del simbolo π in rilievo o al suo equivalente in Braille che sono per lui il simbolo di “pi greco”
    Problemi nascono in due casi:
    1) Nessuno dei sensi
    Come potrebbe pensare una persona che non ha alcuna esperienza dell’ambiente esterno? (ma togliendo proprio TUTTI i sensi, non solo i primi cinque che, se non sbaglio, ha elencato Aristotele, quindi anche sensazioni di dolore, temperatura ecc.)
    2) Linguaggio privato
    Ho letto di recente che Wittgenstein sosteneva che un linguaggio privato (parlato e compreso solo da se stessi) è impossibile.
    Io mi sono immaginato questo esperimento ideale: una persona concepita e poi nata in laboratorio e cresciuta lì (sviluppata in un utero artificiale in modo da non avere “imprinting” dalla madre neanche durante la gravidanza). Immaginiamo che si riesca a farla sopravvivere senza alcun contatto umano (arrivi da una finestrella cibo, acqua, medicine e tutto quello che serve quando serve) senza che lei sappia come. Svilupperebbe un linguaggio privato? Che concezione avrebbe del mondo? Un universo che ti dà quello che ti serve quando ti serve o capirebbe comunque l’esistenza di altre persone?
    Tralasciando il fatto che sarebbe crudele farlo e non c’è la tecnologia per una “gravidanza artificiale” a un certo punto per sapere cosa è successo alla mente della persona bisognerebbe liberarla e avviarla verso un linguaggio “normale” ma potrebbe descrivere nel linguaggio normale il suo linguaggio privato visto che era solo per lei? anche se ce l’avesse avuto forse non potremmo saperlo.
    Tra l’altro se non ho capito male dagli accenni che ho letto in Internet all’ultimo libro di Hofstadter (tra cui quello che hai fatto tu) se fosse vero quello che dice lui questa persona non avrebbe neanche autocoscienza fino a che non abbia avuto un contatto sufficiente con altre persone (la stimolazione del simbolo “io”, giusto?) e non potrebbe spiegarci la sua esperienza precedente…
    @scandrax
    Ho fatto tanti commenti perché ho ritrovato un sacco di cose su cui sto riflettendo o ho riflettuto recentemente, tipo questo esempio del linguaggio privato è di pochi giorni fa e qui mi sembrava pertinente rispetto al commento di Vfede. Altre cose sono legate a matematica, informatica e intelligenza artificiale che hanno fatto parte dei miei studi…

  3. scardax said

    A scanso di equivoci, puoi lasciare assolutamente tutti i commenti che vuoi, soprattutto se sono così interessanti!
    Riguardo ad una eventuale persona privata di qualunque contatto con il mondo, credo che in effetti la conclusione di Hofstadter potrebbe essere quella. Qualche giorno fa leggevo un libro di Ramachandran (che ho citato anche in risposta ad un altro commento), e mi viene da pensare che anche la sua conclusione potrebbe combaciare: un cervello incapace di creare una distinzione precisa fra sé stesso e le altre persone potrebbe non giungere mai ad un’autocoscienza a livello di una persona normale. In sostanza potrebbe trattarsi di una sorta di “autismo indotto”.
    Riguardo al linguaggio, mi riferivo (come anche Pinker) all’insieme di sintassi, semantica e capacità di ricorsione che caratterizza il nostro linguaggio (e che lo rende qualcosa di completamente diverso da un semplice linguaggio tramite versi isolati).

  4. Ufo.rob said

    Il numero di commenti era così per dire visto che in risposta a un altro commento avevi scritto che ti piacevano ho voluto spiegare in qualche modo da dove ne erano usciti così tanti.
    La ricorsione, potevo immaginarmelo, si va sempre a finire lì, insieme all’autoreferenzialità.
    Infine hai confermato quello che dicevo “a meno che non si intenda con linguaggio qualcosa tipo “linguaggio simbolico” “, dovrei leggerlo però credo di aver capito quello che vuole dire Pinker (e sembra anche tu) sarebbe una specie di istinto a un “linguaggio superiore” o “complesso” con certe caratteristiche che trasforma il linguaggio “animalesco” in un linguaggio più simile a quelli formali a cui si possono attribuire certe caratteristiche.
    Il riferimento all’autismo in effetti è perfetto, non mi è venuto in mente perché in effetti non ho esperienze dirette (e forse non se ne parla abbastanza). Tra l’atro ora mi viene in mente che ho letto che Hofstadter si è avvicinato ai temi della coscienza e dei linguaggi perché sua sorella soffre (soffriva?) di un disturbo neurologico legato alla comprensione del linguaggio ma non so se avesse qualcosa a che fare con l’autismo.

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